Le armi per cacciare

L’ARCO

Raggiunta l’età adulta, il giovane Yanomami deve dimostrare alla comunità di aver appreso gli insegnamenti venatori. Il cacciatore Yanomami è molto attento alle abitudini degli animali: sa quali sono i luoghi dove va a mangiare, a bere e a dormire. Osserva il terreno per trovare le impronte, richiama gli animali imitando le voci e i fischi degli animali.

Gli Yanomami vanno pazzi per la carne di scimmia: applicano sulle frecce delle punte una durissima canna di bambù. Hanno la forma di lancia tagliente sugli spigoli e, scagliata, penetra attraverso i tessuti più duri. Una volta penetrata nella carne, la punta si spezza in 4 o 5 pezzi, impedendo all’animale di estrarsela.

La caccia è in connessione con le migrazioni stagionali. Durante la stagione secca le condizioni climatiche sono più favorevoli alla caccia, ma per la mancanza di frutti le scimmie sono pelle e ossa. Gli Yanomami si interessano di più alla pesca.  Durante il periodo delle piogge invece, la caccia è difficile perché la pioggia cancella le impronte, ma le scimmie sono più in carne.

Per cacciare gli Yanomami hanno esclusivamente a disposizione il loro arco e le loro frecce, talvolta l’aiuto dei cani. Sono abilissimi cacciatori e con l’arco e le frecce centrano un pettirosso anche a notevole distanza. Soltanto per la caccia ai coccodrilli e ai serpenti si avvalgono di ingegnosi sistemi.

LA CERBOTTANA

In Amazzonia le armi usate per la caccia, la pesca e la difesa del villaggio sono la lancia, lo scudo, gli archi e le frecce, spesso avvelenate con il curaro; solo in poche aree è usata la cerbottana. Le punte delle frecce ed i dardi da cerbottana sono custoditi in faretre diverse nella forma e nei materiali a seconda del gruppo etnico: alcuni utilizzano fusti di bambù chiusi da tappi di pelliccia, altri adoperano foglie essiccate legate con lacci in fibra vegetale. Le punte delle frecce sono di vario tipo: lanceolate in bambù, per animali di grossa taglia; arpionate in legno ed osso, per pesci e uccelli; appuntite e trattate con curaro, per animali arboricoli.

In particolare, per stordire gli uccelli dal piumaggio colorato, si usano punte arrotondate in bambù, che mantengono intatte le piume impiegate a scopo rituale-cerimoniale per la decorazione del corpo.

La faretra (thora) utilizzata dalla popolazione Yanomami è costituita da un fusto di bambù (Guadua sp.) tagliato all’altezza dei nodi e chiuso da  un tappo di pelle. La faretra custodisce, oltre alle punte delle frecce da inserire sulle aste, i fili per legarle a queste, piccoli oggetti propiziatori per la caccia e uncini.

L’ARPIONE

Gli Yanomami dedicano alla pesca una piccola parte dei loro sforzi e del loro tempo. Questo scarso interesse si può ricercare nella scarsità di ittiofauna a monte delle cascate, alla mancanza di arnesi per costruirsi una canoa o una zattera e un’inspiegabile paura dell’acqua.

Gli Yanomami si approvvigionano di pesci, dai laghetti formatesi dalle piene del fiume. Le donne entrano in acqua in formazione semicircolare e con delle frasche battono violentemente sull’acqua per spaventare i pesci che fuggono verso la riva, dove altre donne sono pronte ad acchiapparli con le mani.

Altro sistema di pesca, attuato dagli uomini, è quello con la freccia. Vengono impiegate particolari frecce, ricavate da un arbusto. Sulla punta con della pece e delle fibre molto robuste, s’inserisce una scheggia ramponata di osso ben lavorato. Con questo sistema pescano nascosti in certi punti strategici del fiume dove risulta difficile colpire i pesci con le frecce e poi tirarli a riva.

Da entrambi i sessi, e anche dai bambini, viene effettuata anche la pesca con il veleno, che consiste nell’immergere nell’acqua particolari vegetali che hanno la proprietà di intossicare e stordire i pesci.